Ma quale povertà.

di Majid Rahnema

Se vogliamo discutere seriamente di povertà, dobbiamo per prima cosa stabilire se diamo tutti lo stesso significato a questa parola e, se così non fosse, cercare di chiarire le nostre divergenze per essere almeno certi di parlare della stessa cosa. Anzitutto, dobbiamo porci le seguenti domande: esiste una sola forma di povertà o ne esistono una moltitudine, ognuna totalmente diversa dalle altre? In quest’ultimo caso, è giusto affermare, senza distinzioni di sorta, che la “povertà” è una vergogna, un flagello, o persino una violazione dei diritti umani che deve essere sradicata? Oppure, se la storia e l’antropologia ci insegnano che la povertà è stata – e rimane tuttora – uno stile di vita che ha sempre “protetto” i poveri dalla miseria, non dovremmo al contrario cercare di rispettarla e di rigenerarla? Secondo la percezione dominante della povertà, sostenuta dalla maggior parte degli economisti e degli esperti del mondo, come dai principali governi e dalle istituzioni che affrontano questo fenomeno, la risposta appare straordinariamente chiara e semplice. Per loro, la povertà è principalmente una questione di basso introito o reddito. La Banca Mondiale e la maggioranza dei suoi sostenitori addirittura riducono il concetto di povertà alle persone che vivono con meno di uno o due dollari americani al giorno. Eloquente il fatto che perfino la signorina Deepa Ranayan, autrice dello scioccante “Rapporto 2001” della Banca Mondiale, sembra aver trovato conveniente l’uso della stessa formula approssimativa. Perché, nonostante le interviste della sua équipe di ricerca a circa 60.000 poveri l’avessero portata a riconoscere che la povertà rappresenta qualcosa di molto complicato e diverso per ognuno di loro, usa quello stesso criterio per stimare che il 56% – cioè quasi due terzi – della popolazione mondiale è povera: 1,2 miliardi di persone vive con meno di un dollaro americano al giorno, 2,8 miliardi con meno di due dollari.(1)
È la prima volta nella storia che un numero così impressionante di persone, appartenenti a culture e ad ambienti profondamente diversi, viene arbitrariamente etichettato come “povero” soltanto perché il suo reddito giornaliero non supera un dato standard universale, espresso nella valuta della più “ricca” potenza economica del mondo. Con una tale definizione si dimentica totalmente il fatto che la stragrande maggioranza della popolazione mondiale fa ancora fronte (come ha sempre fatto nel passato) ai propri bisogni vitali senza ricorrere al denaro.
In passato, ogni essere umano aveva la propria personale idea di chi fossero i poveri. Di solito, quasi tutti vivevano con poche cose e beni, dividendo con gli altri tutto ciò che la loro economia di sussistenza produceva, secondo consuetudini e tradizioni stabilite da lungo tempo. C’era sempre un gruppo di “ricchi” e potenti che costituiva l’eccezione alla regola. Tuttavia gli altri possedevano comunque “quanto bastava” per provvedere a ciò che era culturalmente definito come “necessario” al sostentamento; e quando non c’era nemmeno quello, spesso trovavano i mezzi per sopravvivere in maggiori ristrettezze e riuscivano a dividere ciò che avevano con i meno fortunati. Analogamente a ogni creatura vivente, tutti erano dotati di ciò che Spinoza avrebbe chiamato “potentia”, una forma di capacità o di possibilità ad agire, specifica del loro essere, che rappresentava la loro ricchezza più sicura, una fonte di energia vitale su cui poter sempre contare nei momenti di difficoltà. Così, per migliaia di anni, hanno fatto fronte al bisogno senza considerare la loro condizione una vergogna o un flagello. È in questo senso che, come ha detto Marshall Sahlins, la povertà era sconosciuta nell’Età della pietra. Solo in tempi molto più recenti la povertà è stata “inventata” dalla civiltà. (2)
Da un’altra prospettiva, tutti gli esseri umani e le loro strutture sociali erano ricchi in qualcosa e poveri in qualcos’altro. Sembra che il sostantivo “povero” sia apparso in Israele nel X secolo a.C., quando un gruppo di ricchi possidenti costrinse i contadini a vendere i loro terreni  (Albert Gélin) (3). È poi significativo che, in Europa e in molti altri paesi, il “pauper” era opposto al “potens”, non al ricco. Nel IX secolo, il povero era considerato un uomo libero la cui libertà veniva minacciata soltanto dai “potentes”. E, di regola, i poveri erano persone pienamente rispettabili e rispettate che si trovavano, o che rischiavano di trovarsi, “in mezzo a una strada”.
Soltanto dopo l’espansione dell’economia mercantile, quando i processi di urbanizzazione causarono la disintegrazione delle economie di sussistenza e la monetizzazione della società, i poveri iniziarono a essere percepiti anche in relazione alle loro “finanze”; in altre parole, erano visti come una classe inferiore di esseri umani perché, agli occhi di chi comandava, non possedevano i simboli del potere e della ricchezza, cioè il denaro e le proprietà necessarie a soddisfare i loro particolari bisogni.
Denominatore comune delle diverse percezioni della povertà è da sempre la “mancanza” o il “bisogno” insoddisfatto. Questa nozione da sola riflette l’essenziale relatività del concetto. Perché non si troverà mai nessun essere umano totalmente libero da una “mancanza”, che sia materiale, psicologica o di altra natura. E nel momento in cui si definisce povero chi è privo di beni necessari alla vita, resta comunque l’interrogativo: cosa è necessario per chi e per quale tipo di vita? E chi può stabilirlo? Nelle comunità più piccole, dove le persone sono meno estranee l’una all’altra ed è più facile fare paragoni, queste domande sono già difficili da affrontare. Dare una risposta diventa impossibile in un mondo dove i vecchi orizzonti familiari e i punti di riferimento comuni vengono spazzati via dagli standard dominanti e omogenei di “mancanze” e “bisogni” determinati dal mercato. Tutti possono sentirsi poveri quando chi stabilisce i bisogni vitali nella capanna di fango è la tv, che lo fa nei termini dei modelli de-culturalizzati che appaiono sullo schermo.
Tutto sommato, fino alla Rivoluzione industriale, si poteva vivere dignitosamente con le poche cose disponibili grazie a un’economia di sussistenza ancora produttiva per la famiglia e per la comunità. Questo spiega perché la povertà è stata, per citare il filosofo francese Joseph Proudhon, “la naturale condizione dell’uomo nella civiltà”. Un modo di vivere basato sulla convivialità, sulla condivisione e sull’aiuto reciproco, un modo di confrontarsi con gli altri e con se stessi, nel rispetto sia degli altri membri della comunità che del più ampio ambiente naturale e sociale. La povertà implicava un’etica del vivere insieme e del costruire relazioni, un’etica nel definire i bisogni di ognuno secondo quello che la comunità poteva produrre in quel particolare momento. La vera ricchezza del povero risiedeva nella sua capacità di rigenerarsi, ricavando il meglio dal poco che aveva, divideva o possedeva nella propria vita.
La condizione definita come miseria (“miseria” in latino o nelle altre lingue europee) è in realtà completamente diversa, ben espressa dal significato originale delle parole arabo-persiane “faqr” o “faqir”, che indicano una persona la cui colonna vertebrale è spezzata. Finché i poveri potevano contare sulla propria “potentia”, finché potevano appoggiarsi a quella che Ivan Illich ha chiamato la loro “collinetta culturale”, era il loro “letto” di povertà che li proteggeva dal precipitare nel fango nero sottostante, nel mondo spietato della miseria e dell’indigenza. Questo mondo temuto ha sempre rappresentato per i poveri la rovina, la corruzione e la perdita della propria potentia.  Vanno comunque distinte tre categorie di povertà, poiché dal mio punto di vista sono qualitativamente diverse dalle altre: la povertà conviviale, quella volontaria e quella modernizzata. La “povertà conviviale”, specifica delle società vernacolari, è quella che ho appena descritto. La “povertà volontaria” è lo condizione di pochi uomini e donne eccezionali che volontariamente scelgono la povertà come strumento di liberazione dai bisogni materiali, imposti dalle regole del mercato. Infine, la “povertà modernizzata” è una forma corrotta di povertà nata dopo la Rivoluzione industriale. Può essere vista come una rottura rispetto a tutte le precedenti forme di povertà, in cui una sorta di “asservimento volontario” (nel significato usato da Étienne de la Boétie) (4) comincia a legare l’esistenza della sua vittima a nuovi bisogni fabbricati dalla società. In questo nuovo tipo di povertà, i “bisogni” percepiti dall’individuo sono sistematicamente prodotti da un’economia la cui prosperità dipende dall’incremento costante del numero dei suoi consumatori. Allo stesso tempo, quell’economia non può, per definizione, fornire ai nuovi arrivati gli strumenti necessari a soddisfare le loro nuove necessità di consumo. La sorte del povero nell’era della modernizzazione è stata giustamente paragonata al supplizio di Tantalo, il mitologico re condannato a vivere in una sorta di  paradiso, circondato da tutto ciò che poteva desiderare. Ma ogni volta che cercava di afferrare gli oggetti del suo desiderio, questi si allontanavano divenendo irraggiungibili. (5)
I pochi fattori semantici, storici, culturali e di altra natura appena menzionati, potrebbero già essere sufficienti a dimostrare che l’ultima re-invenzione della povertà nella sua nuova forma globalizzata è una paradossale iper-semplificazione delle realtà estremamente complesse che nasconde. Questo può far comodo alle istituzioni in carica, ma rappresenta non solo un’aberrazione concettuale ma anche una sottile e pericolosa minaccia alla “potentia” dei poveri. Perché li riduce a un oggetto, un reddito che devono guadagnare alle condizioni in genere imposte loro dalle stesse istituzioni che li hanno privati dei loro mezzi di sussistenza. Allo stesso tempo, questa definizione non accenna all’elaborato “mestiere di vivere” che i poveri hanno sviluppato per far fronte alle necessità. Suggerisce solo che, avendo perso l’occasione di salire sul treno del progresso, la loro salvezza è ora nelle mani della nuova economia di mercato, che non produce più per chi (ne) ha bisogno ma soltanto per soddisfare il proprio “bisogno” di profitto e quello dei suoi pochi consumatori privilegiati. Ai poveri e agli emarginati non rimane altra scelta che accettare le regole di questa nuova economia predatoria, nella speranza di ricevere almeno quel poco che può oggi fornire per la loro sopravvivenza.
Per riassumere, più ci si addentra nel complesso universo della povertà, meglio si intuisce il pericolo di usare questo termine in modo sommario, astratto e anti-storico. Appare così evidente che la povertà è una nozione troppo estesa, troppo ambigua, troppo relativa, troppo generale, troppo contestuale e culturalmente connotata, perché sia possibile definirla su un piano universale. (6) I tentativi di trovare definizioni migliori non hanno portato da nessuna parte. Hanno solo mostrato la veridicità di un altro fatto: tutti i tentativi di definire la povertà sono arbitrari. Rivelano molte più cose su “chi da il nome” che su “chi lo riceve”. Da qui, il buon senso di abbandonare l’idea stessa di definire la povertà per focalizzare la propria attenzione sulla grande varietà di “povertà”, come vengono definite storicamente dalle società e dagli esseri umani che le sperimentano sulla propria pelle. Un approccio di questo tipo ci indurrebbe quindi a scoprire le loro più profonde analogie. Ci porterebbe anche a esplorare e riscoprire i legami, spesso stretti, che vincolano la povertà a istanze non economiche e sociali quali il potere, la giustizia, l’autonomia, la dominazione, il governo, l’ecologia, eccetera. (ma anche a una ridefinizione della ricchezza). Poche di queste voci hanno trovato posto nei programmi ufficiali che mirano ad aiutare i poveri.
In realtà, è così che molti poveri vedono i loro problemi. Evitano istintivamente astrazioni e generalizzazioni poco chiare o difficili da afferrare. Al contrario, cercano di ri-velare le questioni più concrete e scottanti che emergono attraverso le difficoltà concettuali e che sono per loro realmente importanti. Ho imparato personalmente a combinare questo approccio con quello introdotto da un altro povero particolarmente famoso, il coltissimo Agostino da Ippona, che elaborò il suo modo di vedere “apofatico”: “Io non so che cosa è Dio, ma so che cosa NON è!”. Questo è ciò che i suoi discepoli francesi chiamarono “teologia negativa”.
Seguendo questo doppio approccio possiamo affermare che, per la stragrande maggioranza dei poveri nelle società vernacolari, i problemi maggiori NON sono quelli individuati dalla Banca Mondiale e da coloro che si proclamano loro salvatori. Se c’è un’aspirazione comune alla maggior parte delle persone che, di fatto, vivono con uno o due dollari al giorno, è quella di impedire la distruzione del loro ambiente conviviale e della loro economia di sussistenza e, quindi, la possibile perdita della loro “potentia”, o del loro peculiare “mestiere di vivere”. Questo non significa che non necessitano di un minimo di denaro per soddisfare qualche nuovo bisogno indotto. Resta spesso indispensabile, specie per chi viene strappato improvvisamente al suo ambiente vernacolare e costretto a vivere in una baraccopoli dove tutta la sua “arte di vivere” si riduce a rimediare qualche spicciolo per sopravvivere. E tuttavia questo non significa affatto, come la Banca Mondiale vuol farci credere, che i poveri siano oggi disposti a barattare la loro povertà conviviale con un reddito giornaliero incerto, stabilito unicamente dalle oscillazioni del mercato. Non è così. Perché i poveri sono consapevoli che, una volta che le basi del loro modo di vivere conviviale e della loro economia di sussistenza vengono meno, sono perdute anche le loro ultime vere ricchezze. I poveri diventano quindi i prodotti sub-umani di un mercato anonimo e senz’anima, che non solo li priva dei loro più preziosi strumenti di sopravvivenza, ma annienta sistematicamente anche la loro capacità di resistere e costruirsi un futuro diverso.
Per i miliardi di persone sradicate dalla loro “nicchia” culturale, naturale e sociale, e private di ogni strumento d’autodifesa dalla nuova economia di mercato, i problemi NON sono perciò dove la Banca Mondiale e le organizzazioni affini pensano che siano, o vogliono che siano. Ma le loro convinzioni sono tali che queste istituzioni continuano a pensare che ciò che è giusto per gli obiettivi di un’economia in crescente espansione non possa essere sbagliato per nessun’altro. Di regola, sono tutti intimamente convinti che nelle società moderne questioni come il cibo e il sostentamento, il tetto, la salute, l’educazione e la modernizzazione non possono più essere lasciate nelle mani dei poveri. In nessun caso sono pronti a riconoscere che permettere ai poveri di difendere le loro “improduttive” e “obsolete” economie di sussistenza, possa rappresentare un bene.
E questo mi porta a quello che credo sia il cuore della cosiddetta questione della povertà. Per gli oltre quattro miliardi di “poveri” che vivono con meno di uno o due dollari al giorno, il problema maggiore non è una più ampia distribuzione di quello che il mercato produce per le proprie necessità. Ma il modo stesso in cui il mercato opera e stabilisce le condizioni umane, sociali e politiche che definiscono la loro vita. In altre parole, non è duplicando o triplicando il reddito giornaliero delle persone che le attuali tendenze di impoverimento crescente possono essere arrestate. Il problema fondamentale è che tutte queste misure provengono da un’istituzione che è essa stessa la principale produttrice delle scarsità alla base dell’attuale globalizzazione dell’indigenza. Per una tale istituzione, fermare la produzione di bisogni equivarrebbe a un vero e proprio suicidio, almeno finché rifiuterà di “ri-agganciarsi” a quella società dalla quale si è “svincolata”. Sotto questa prospettiva, i problemi dei poveri sono sostanzialmente gli stessi di TUTTI gli abitanti del nostro pianeta. Siamo tutti, più che mai, minacciati dalla natura stessa del sistema economico dominante: un Giano bifronte che in realtà “produce” tanta povertà quante forme diverse di ricchezza materiale!
Una discorso onesto sulla povertà dovrebbe perciò iniziare col mettere in discussione il nuovo mito della crescita economica senza freni e ripensarlo in termini totalmente nuovi. Le mancanze imputate agli attuali poveri del mondo sono il  risultato del loro modo di vivere e delle loro economie “povere”, o è vero il contrario? In altre parole, le privazioni di cui soffrono non sono la conseguenza inevitabile della stessa economia iper-produttiva e moderna che oggi pretende di salvarli dalla loro “povertà”? Se la questione viene posta in questi termini, possiamo scoprire prospettive nuove e molto più comprensibili per ripensare la cosiddetta “sindrome della torta”, secondo cui una condizione indispensabile per venire incontro ai nuovi bisogni di una popolazione in crescita è, prima di tutto, accrescere la misura della torta. Tali prospettive mostrano poi chiaramente come la già incredibile grandezza della super-torta, fabbricata dall’economia globale, ha finito col depredare i poveri degli unici modi e strumenti che avevano per preparare la loro torta e il loro pane. Per di più, un crescente numero di poveri e di loro alleati è oggi convinto che la crescita senza freni sia una grave minaccia non solo per le loro vite, ma anche per quelle di chi oggi è privilegiato.
Tutti gli attuali movimenti di protesta e di resistenza alla crescita incondizionata (tra gli altri, gli zapatisti, la Via Campesina e le centinaia di gruppi più piccoli e meno conosciuti) esprimono la chiara volontà delle vittime dell’economia e degli emarginati di avere la propria idea di “torta”; cioè di sostituirla con una moltitudine di torte più piccole preparate per chi che ne ha bisogno, secondo la sua idea di misura e di contenuto. Tutti respingono l’idea di un’unica supertorta, progettata e cucinata dalla sacra alleanza formata dalle multinazionali del mercato mondiale e dai governi che aiutano a far eleggere. Siccome la fame e la malnutrizione sono spesso associate alla povertà, mi piacerebbe presentare adesso la problematica specifica della produzione di cibo come esempio dell’estraneità del mito della crescita rispetto ai bisogni reali dei popoli che soffrono la fame e la malnutrizione. Numerose statistiche dimostrano che l’economia mondiale produce abbastanza cibo per nutrire circa nove miliardi di persone, vale a dire una volta e mezzo la popolazione mondiale attuale. Al giorno d’oggi, la produzione totale di cibo basterebbe perciò, teoricamente, non solo a nutrire a sufficienza ogni individuo sulla terra, ma a rimpinzarlo a tal punto da causare un’obesità globalizzata. In realtà, nonostante questo livello di produzione senza precedenti, più di 900 milioni di persone in tutto il mondo soffrono ancora oggi la fame e la malnutrizione.
Questa situazione paradossale può aiutarci a capire come la risposta alle molte domande connesse alla cosiddetta “scarsità di cibo” non risiede nel mero aumento della produzione. Mentre il mito della crescita senza freni ha colonizzato l’immaginario collettivo, le tante questioni reali e più opportune che dovevano essere considerate e discusse, sono state spesso ignorate. Tra queste, ci sono domande concrete come le seguenti: chi, per chi, come, in che modo e in che direzione bisogna produrre? Negli ultimi tempi, un numero impressionante di studi ha provato a rispondere a queste domande. Mi piacerebbe citare l’eccellente lavoro di Lakshman Yapa dell’università della Pennsylvania. Nelle sue ricerche, Yapa non solo individua le ragioni dell’incapacità del sistema economico moderno di eliminare la scarsità di cibo, ma dimostra come quel sistema ci abbia in realtà portato tutti, più o meno direttamente, a essere partecipi dell’inadeguatezza del mercato a soddisfare i bisogni reali degli indigenti. (7)
Per migliaia di anni, ogni comunità ha prodotto il cibo di cui aveva bisogno grazie all’economia di sussistenza, e un complesso insieme di fattori umani, naturali, ambientali, sociali e culturali ha contribuito a creare i giusti rapporti, le armonie e gli equilibri necessari a una produzione di cibo sostenibile per tutti i membri della comunità. Le economie di sussistenza non erano così produttive come quelle tecnologicamente avanzate, ma qualsiasi cosa producessero non solo nutriva le comunità interessate, ma forniva alle centinaia di milioni di agricoltori e contadini in ogni parte del mondo i mezzi necessari per soddisfare i propri specifici bisogni. La Rivoluzione industriale ha piazzato una bomba a orologeria in questo delicato sistema di interazioni, e i suoi effetti più devastanti si sono verificati con la globalizzazione dell’economia di mercato.
Una conseguenza recente delle politiche orientate alla crescita nella produzione alimentare è stata la concessione di imponenti sovvenzioni da parte dei governi del Nord ai coltivatori, specialmente agli industriali e ai produttori agricoli. L’obiettivo delle sovvenzioni era di aiutare i coltivatori a introdurre le tecnologie agricole più avanzate per incrementare la loro capacità produttiva. Questo non solo per sopperire alle esigenze dei mercati locali, ma anche per esportare i prodotti e i raccolti, spesso a un prezzo molto più basso rispetto alle tariffe locali. Dalla conferenza mondiale di Johannesburg del 2000, sappiamo tutti che oggi i finanziamenti si aggirano attorno ai 360 miliardi di dollari ogni anno, cioè un miliardo di dollari americani al giorno! Non c’è dubbio che le sovvenzioni siano state estremamente utili ad accrescere la produzione totale di cibo. Ma allo stesso tempo sono legittimamente viste come uno dei colpi più duri per le centinaia di milioni di contadini e di agricoltori che, fino a oggi, hanno prodotto cibo per la straripante popolazione del Sud. Per molti di loro, queste sovvenzioni non sono altro che un genocidio dissimulato.
Possiamo fare un altro esempio dell’inadeguatezza delle forme di produzione e dei modi di vivere moderni alle necessità dei poveri. Negli anni ottanta, milioni di persone nel Corno d’Africa hanno sofferto di una siccità che è stata molto pubblicizzata a causa del numero di vittime senza precedenti. È stato scoperto tuttavia che, in quello stesso periodo, la Somalia e l’Egitto esportavano cibo per cani e gatti europei, perché la “modernizzazione” della loro economia e il loro bisogno di valuta straniera (per acquistare macchinari agricoli e pesticidi) li aveva portati a focalizzare la produzione sulle esportazioni.
Questo esempio mostra chiaramente che le proposte degli esperti, delle “autorità” e delle istituzioni che affrontano la questione della “povertà”, sono determinate da una prospettiva interessata ed egocentrica, cioè dal punto di vista di persone che stanno più o meno traendo profitto dell’economia di mercato dominante. La loro assuefazione ai nuovi “bisogni”, ai nuovi prodotti e ai privilegi materiali fabbricati da questa economia, li porta a guardare il mondo da una prospettiva completamente diversa da quella della grande maggioranza costituta dagli emarginati e dalle vittime del sistema economico. La “povertà” della popolazione che pretendono di salvare è percepita soprattutto in relazione ai propri “bisogni” e ai propri modi di soddisfarli. Raramente si rendono conto che una tale prospettiva li rende direttamente o indirettamente partecipi nella produzione dei bisogni socialmente ed economicamente fabbricati che rafforza il moderno processo di impoverimento.
Per concludere, il “non-pensiero dei luoghi comuni” (come lo chiama Kundera) sulla povertà è un riflesso di quello che i “non-poveri” e la loro società autoreferenziale pensano di questo fenomeno. La loro percezione fondamentalmente egocentrica dell’“altro” non può in nessun modo metterli nella posizione di dare lezioni di comportamento ai poveri o di sottometterli ai loro programmi di “aiuto” e di assistenza. Il meglio che possono fare è imparare a evitare una partecipazione ulteriore nella creazione della mancanza. Al contrario, per quelli che sono pronti a discutere di povertà scevri da tali prospettive egocentriche, la gioia di guardare tutti i loro vicini come loro pari, rispettando la loro arte di vivere, può portarli su sentieri più proficui. L’inadeguatezza degli attuali programmi di “aiuto” può essere superata lavorando insieme con tutti i “poveri-di-spirito”, alla ricerca di nuove forme di semplicità e di frugalità, fedeli allo spirito della convivialità o della povertà volontaria.
L’immagine di un mondo da ricostruire come semplici esseri umani, pronti a usare tutte le nostre potenzialità per vivere insieme e ridefinire le ricchezze comuni, può sembrare un sogno utopico. Può sembrare contrario a tutte le pratiche dominanti in un mondo di interessi conflittuali e disumanizzanti. Tuttavia, l’eterna minaccia dell’invecchiamento e della morte che ha accompagnato tutte le forme di vita non ha mai impedito il fiorire dell’amore, della creatività e delle grandi imprese comuni in tutte le società umane. Anche oggi, mentre un’ottusa violenza e forme di distruzione della vita senza precedenti affliggono le società umane, forme di resistenza ugualmente senza precedenti compaiono in luoghi e condizioni inimmaginabili. Contrariamente all’apparenza, e mentre i processi di assuefazione ai bisogni socialmente prodotti e lo sviluppo di tendenze individualistiche spingono un più grande numero di attori sociali a partecipare alle moderne forme di impoverimento, molte altre cose stanno accadendo nella direzione opposta, in parti meno visibili delle comunità del mondo.
I poveri e i loro alleati, incuranti delle società cui appartengono, possono davvero fare molto per cambiare la prospettiva da cui queste società guardano al destino dei poveri. Questo genere di cooperazione, non deve passare attraverso grandiosi progetti di “alleviazione della povertà” che di solito mirano ad altri scopi. Una pressione costante e incessante di tutti, a vari livelli, può essere utile piuttosto per insinuarsi nelle falle dei vari sistemi di dominazione. In questo senso, l’appello di Gandhi a “non pesare sulle spalle dei poveri”, è ancora valido per cambiare la percezione comune di una nuova e più utile politica verso i poveri.
Quello che il Mahatma ha detto molto tempo fa è la giusta intuizione di un uomo saggio sui bisogni fondamentali e le aspirazioni dei poveri. Da una parte, significa che è necessario porre fine alle politiche e alle pratiche che spingono o costringono i poveri a sottomettersi alle nuove regole di un mercato mondiale controllato da altri. D’altra parte, esprime il bisogno di avere fiducia nei poveri e nelle loro capacità di autodifesa e di rigenerazione. Quello che Gandhi voleva dire con la sua famosa incitazione, era che i poveri devono essere protetti dalle politiche che, nel loro nome, cercano sistematicamente di indebolire e di corrompere la loro “potentia”. Quello che voleva dire è che non devono essere privati dei loro strumenti di sostentamento e di adattamento ai cambiamenti tecnologici. Aveva abbastanza fiducia in loro da volere che costruissero un mondo migliore per sé e per gli altri, secondo le loro aspirazioni. Non ha mai voluto dire che i poveri dovessero sparire. E tantomeno che le istituzioni e le persone responsabili della diffusione della miseria e dell’indigenza dovessero essere lasciati in pace dalle vittime e dai loro alleati.

Note
1) Deepa Narayan & al., “Voices of the Poor: Can Anyone Hear Us?”, The World Bank, 1999.
2) Marshall Sahlins, “Stone Age Economico”, Chicago, Aldine Publishing Co., 1972 (trad. it. “L’economia dell’età della pietra”, Milano, Bompiani, 1980).
3) Albert Gélin, “Les pauvres de Yahvé”, Paris, Editions du Cerf, 1953.
4) Étienne de la Boétie, “Le Discours de la servitude volontaire”, edizione critica, Paris, Payot, 1978.
5) Ivan Illich, “Towards A History of Needs”, New York, Pantheon Books, 1977 (trad. it. “Per una storia dei bisogni”, Milano, Mondadori, 1981).
6) Michel Mollat, “The Poor In The Middle Ages. An Essay in Social History”, New Haven, Yale, 1978 (trad. it. “I poveri nel Medioevo”, Bari, Laterza, 1983).
7) Lakshman Yapa, “What Causes Poverty? A Postmodern View”, in “Annals of the Association of American Geographers”, vol. 84, n. 4, 1996.

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