Lo sport, straordinario strumento di riscatto sociale.

Prostituzione, spaccio di droga, omicidi e morte, queste sono le uniche opzioni per molti bambini nella località brasiliana di Servilluz vicino a Fortaleza, capitale del Ceará, nord-est del Brasile. Si tratta di una antica comunità in cui la maggior parte delle persone vivono di pesca. Proprio la vicinanza al porto accentua le problematiche legate alla prostituzione ed allo spaccio di droga, con alti tassi di violenza fra la popolazione giovanile. Servilluz è fatta di vie strette dove le case sono ammassate le une alle altre, tutte abitazioni precarie e costruite illegalmente. Mauricio Oliveira, uno dei responsabili del centro Compassion in Servilluz, ci spiega che: “Questa terra appartiene ufficialmente alla Marina (militare ndr.) e queste persone hanno costruito le loro case senza autorizzazione.”

La comunità di Servilluz è “divisa” in due parti, ciascuna con una propria banda armata di adolescenti, sempre il lotta per il traffico di droga, cocaina e crack in primis. E’ un posto molto pericoloso, ci dice Mauricio, e “l’aspettativa di vita si riduce di anno in anno proprio a causa della violenza fra bande. Anche i bambini soffrono perché sono un bersaglio facile o a causa dei proiettili vacanti.”  A dispetto di questo scenario, dieci anni fa è nato il centro Compassion “Clubinho Viva la Vida” o come viene chiamato dagli operatori “Centro Sociale Betesda”. Il nome “Clubinho” (piccolo Club) viene dalla stessa comunità locale. Ad inizio 2006 era un piccolo spazio senza molte infrastrutture che si è trasformato, grazie all’aiuto di molti donatori, in un centro che contribuisce concretamente a far sì che i ragazzi stiano sempre meno in strada e abbiano un luogo sicuro dove poter vivere la loro infanzia e adolescenza. Gli operatori del centro ci dicono che: “ogni giorno cerchiamo di dire loro che è possibile un futuro migliore. Lavorare sulle motivazioni interiori dei ragazzi è il primo passo per farli uscire dalla povertà”. Dal 2008 è stata avviata un progetto per avviare i ragazzi adolescenti, circa 80, all’attività surfistica. Lo sport è un fenomenale strumento di aggregazione, genera interesse nei ragazzi, stimola una sana competizione ed educa al rispetto delle regole e della convivenza. Il Clubinho è dotato anche di aule di informatica, spazi ricreativi e di studio, oltre che ad una cucina ed a servizi igienici interni che non sono cosi comuni nelle case dei ragazzi del centro, oltre ad un importante centro pediatrico di aiuto alle neo mamme.

Compassion è una organizzazione internazionale che si occupa di sostegno a distanza e lavora in 26 Paesi al mondo tra Centro e Latino America, Asia e Africa. Nata nel 1952, in Corea del Sud ad opera di un Pastore Battista statunitense, oggi aiuta circa 1.800mila bambini ed ha in Torino la sua sede per l’Italia. (www.compassion.it). Oltre 15.000 bambini sono sostenuti direttamente dall’Italia e qualche migliaio sono sostenuti, attraverso l’ufficio di Torino, dalla Spagna. Compassion è una delle più grandi organizzazioni nel mondo che si occupa di sostegno a distanza. Come ci dice uno dei collaboratori dell’associazione, Rino Sciaraffa, “la nostra matrice evangelica/protestante è la base del nostro impegno etico proprio nei confronti dei sostenitori e riusciamo ad avere, al nostro interno, molte persone che, pur non essendo di esperienza confessionale protestante/evangelica, hanno fiducia nel nostro lavoro.”

Rino Sciaraffa ci spiega che “…per comprendere il vasto e complesso tema della povertà non possiamo solo analizzarlo per macro fattori economici o geo-politici. Seppur incidono profondamente nel contesto socio economico di una nazione, la povertà, nella vita di un bambino, è spesso condizionata fortemente dalla propria prospettiva individuale: la mia famiglia vive in povertà, non ho speranza per il futuro, non c’è soluzione alle problematiche intorno a me ecc…”. Lavorare per trasmettere fiducia ad un bambino, offrirgli opportunità per sperare in un cambiamento è il primo passo affinché esso possa realizzarsi. Il fatto di poter passare buona parte della propria giornata a scuola, offrendo tramite il sostegno a distanza questa enorme opportunità e nel nostro centro Compassion, il bambino o adolescente comprende che ci può essere una opportunità diversa nella vita. Ancora oggi, spesso, noi tramutiamo il termine “povertà” alla condizione economica, definendo una soglia di povertà in colui che ha poco più di un dollaro al giorno per vivere. Se in termini economici questo metro di paragone può avere un senso, non lo ha in valori assoluti. Potremo quantificare economicamente quanto costa un pasto ricco ed equilibrato, potremo quantificare quanto costa uno zaino da scuola, materiale scolastico, scarpe, vestiti il supporto medico pediatrico essenziale per la crescita, ma non potremo mai quantificare economicamente quanto vale la speranza e l’opportunità di un futuro migliore e soprattutto lontano dalla prostituzione minorile, dal traffico umano, dalle bande criminali, dalla droga. Il sostegno a distanza ha un valore assoluto ben superiore all’apporto economico di ogni singola donazione.

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Nel buio degli slums.

Molti sono i luoghi di disperazione in Africa, molti i posti segnati dalla miseria. Kibera è uno di questi ed è uno di quei posti su questa terra dove la povertà segna uno dei suoi più tragici apici. Ad appena 7 km dal centro di Nairobi vivono circa 200mila persone con una densità abitativa per km quadrato fra le più alte del pianeta. Ammassi di lamiera che diventano abitazioni di pochi metri quadrati, ogni metro diventa spazio vitale dove si accatasta quel poco che si possiede: pochi abiti, pochi suppellettili, un giaciglio da condividere. La baraccopoli diventa il luogo nel quale le esistenze vengono annullate da povertà estrema, sporcizia, degrado e assenza di ogni forma di igiene. Case di fango e di lastre di metallo arrugginito fanno da sfondo al contesto di violenza e droga, che è la quotidianità. Kibera non è solo un luogo geografico, ma una comunità di persone che vivono in condizioni inimmaginabili. Negli slum mancano le condizioni ambientali e sanitarie minime per una vita accettabile.

L’accesso all’acqua e ai servizi igienici è assai complicato, al punto che ogni abitante lo condivide con altre centinaia di persone. Vivere in una baracca è condizione precaria, perché l’affitto che mediamente si aggira fra i 10 e i 15 euro al mese è una spesa non semplice da sostenere. Infatti, per mettersi in tasca qualche soldo, per la casa e per il cibo, ci si affida a piccole attività di riciclo di rifiuti o altri espedienti, che servono alla mera sopravvivenza. Gli slum nascono e si sviluppano al di fuori di ogni regola: non sono aree censite, non esiste strada che abbia un nome o un numero civico. Sono i luoghi di approdo di chi, andando via dalle campagne, cerca fortuna in città. La povertà rurale diventa povertà urbana. Per descrivere le condizioni di vita basta evidenziare un dato: un bambino su 4 muore prima del compimento del 5° anno di vita e i silenziosi killer di queste piccole vite sono malattie come polmonite, colera, tifo o dissenteria. L’aspettativa di vita media è  di 45/50 anni. Pochissime sono le persone che superano i 50. Ogni baraccopoli è circondata da un perimetro di immondizia e le discariche diventano i luoghi nei quali qualcuno cerca qualcosa da “riciclare”, qualcosa che possa produrre un reddito oppure che possa essere utile alla quotidianità di vita. Molte persone si danno da fare con sacchi e roncole per cercare qualcosa di utile: è un brulicare instancabile di persone che fanno dei rifiuti la propria fonte di speranza.

Spesso ci si imbatte in qualche rigagnolo di acqua putrida e accanto a questi qualcuno cerca, con una piccola zappa, di lavorare il terreno. Steli isolati di mais, qualche ortaggio e qualche pianta da frutto. La sensazione che si prova, passando fra le strade, è quella di una condizione di vita che non ha nulla di umano. Ci sono milioni di persone che non hanno mai conosciuto una condizione diversa nella propria esistenza, e difficilmente questo potrà cambiare. Quando un occidentale cammina fra di loro si sente gridare in lingua swahili: “muzungu, muzungu, howareyou?” (faccia bianca, faccia bianca come stai?)”. Questo non è un saluto, non è una frase accogliente di benvenuto, ma diventa il modo per rimarcare una rabbia interiore, una frustrazione esistenziale, un recriminare un diritto alla vita che, per molti di loro, è negato. Il senso di disagio e di impotenza mi pervade, ancora di più  perché sono abituato a ragionare in termini statistici di povertà: l’ho studiata sui libri, l’ho appresa in diverse lezioni di economia oppure in letture veloci di articoli. Ma quando essa ti si presenta davanti in tutta la sua drammaticità e complessità, ti rendi conto che ogni numero, ogni percentuale, non potrà mai rappresentare degnamente neanche una singola vita umana. Tutta questa sofferenza viene sovrastata da un corso di vita che sembra ordinario: teli stesi per terra con frutta e ortaggi, qualcuno porta a spasso la propria pecora, altri svolgono attività artigianali come sarti, elettricisti, ciabattini e parrucchieri.

Le strade brulicano di persone e il rumore è tanto: voci, versi di animali, musica ad alto volume che esce dalle radio. Tutto si mischia in maniera confusa e indistinta,  suoni e rumori, voci e grida, parole e versi. Nelle baraccopoli anche il tempo sembra avere una sua dimensione propria, scorre con un suo ritmo e una sua cadenza, non come la frenesia delle nostre città affannate di operosità. Il tempo va più lentamente, ogni gesto umano strappa, con la sua fragile efficienza, tempo all’alienazione. Difficile dire quanto conti realmente il tempo qui per noi che siamo abituati a cadenzare, con ritmi ciclici, il nostro lavoro, i nostri svaghi e i nostri impegni.

È difficile descrivere cosa sia realmente uno slum. Questa parola tratta dall’inglese che letteralmente significa “bassifondi”, il cui suono onomatopeico ricorda quello di una porta chiusa con violenza. E forse questa affinità di suono ha un suo perché: sembra che Nairobi, come ogni megalopoli nei Paesi in Via di Sviluppo, voglia chiudere la porta in faccia alle proprie contraddittorietà, cerca di costruire un argine alla propria incapacità di dare dignità a tutti. La povertà diventa fenomeno inevitabile, un danno collaterale allo sviluppo economico di un Paese, un prezzo inevitabile da pagare per chi, proprio da questa povertà, cerca di fuggire. Il tutto diventa scenario irreale e paradossale frutto di una complessità di vite condannate da una maledizione esistenziale, che difficilmente trova sbocchi e vie di salvezza.

Uscendo dagli slum e rientrando nelle caotiche strade della città, sembra proprio di varcare un confine. Questo luogo fatto di miseria e povertà confina con la città, ma allo stesso ne è incredibilmente lontano. Trovi stridente il distacco fra baraccopoli e metropoli: realtà così vicine geograficamente, ma così distanti per loro stessa natura.

Visitando Kibera e Mathare, le due grandi baraccopoli della capitale del Kenia, la sensazione che ho avuto è quella di un mondo che si deve dimenticare in fretta. Non puoi continuare a soffermarti su quello che i tuoi occhi hanno visto. Devi inesorabilmente chiudere, dentro di te, un capitolo e cercare velocemente di aprirne un altro, perché la sofferenza e il disagio sono insopportabili. Al tempo stesso, però,  diventano incancellabili ed entrano nella tua anima, non solo come sentimento umano di empatia. Si prova un gran senso di sdegno e di impotenza, in un mix che non potrà mai avere un suo equilibrio perché questo sdegno non potrà mai diventare strumento di soluzione, e l’impotenza, davanti al dramma umano, è sempre la dimensione ultima che prende il sopravvento.

Solo alzando gli occhi al cielo, chiedendo al Signore di volgere il suo sguardo di amore verso questi luoghi, è possibile sentire nel cuore una flebile parvenza di speranza e di ottimismo. Perché un giorno, chissà quanto lontano da oggi, milioni di persone possano smettere di vivere come animali e trovino la loro degna collocazione all’interno di questo strano mondo.

 

Donne dell’altro mondo

Parlando di disuguaglianze, e dei loro effetti sui bambini, occorre ricordare anche la terribile incidenza della mortalità materna, o da parto: ogni minuto una donna muore a causa di complicanze insorte durante il parto – oltre 500.000 gestanti morte ogni anno. Il 99% dei casi di mortalità materna avviene nei paesi in via di sviluppo, oltre il 90% concentrati in Africa e Asia. E in particolare, nel 2000 1/4 di tutti i casi di mortalità materna si sono registrati in India. Nell’Africa sub-sahariana una donna su 16 muore durante la gravidanza o il parto, una su 4.000 nei paesi industrializzati. E non si tratta solo di impedire queste morti assurde di giovani donne, largamente prevenibili con minimi investimenti nell’assistenza sanitaria. Una volta di più, c’è anche una ricaduta pesantissima sui bambini: i neonati orfani di madre corrono un rischio di morire da 3 a 10 volte superiore dei neonati la cui madre sopravvive al parto.

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Bambine dal destino cucito

Ayaan Hirsi Ali

Riporto un articolo di Ayaan Hirsi Ali.

Nata Ayaan Hirsi Magan (Mogadiscio, 13 novembre 1969), è una politica e scrittrice somala naturalizzata olandese, nota soprattutto per il suo impegno in favore dei diritti umani e in particolare dei diritti delle donne all’interno della tradizione islamica.

“In Somalia, come in molti paesi dell’Africa e del Medio Oriente, le bambine sono rese “pure” asportando parte dei loro organi genitali. Non c’è altro modo di descrivere questa procedura, che in genere si esegue verso i cinque anni. Dopo che clitoride e piccole labbra sono state letteralmente raschiati via, nei casi più compassionevoli tagliati, gli organi genitali vengono ricuciti in modo che una spessa fascia di tessuto formi una cintura di castità costituita dalla carne cicatrizzata. Viene lasciata una minuscola apertura, opportunamente posizionata, per la fuoriuscita di un sottilissimo flusso di orina ( Ci si accorge che una donna non è infibulata semplicemente sentendola orinare. Le donne infibulate riconoscono subito la non infibulata, la donnaccia perché orina con un getto forte, cioè “come un uomo”.) Solo con grande forza e sofferenza si potrà in seguito allargare l’apertura, lacerando il tessuto cicatriziale e permettendo così di avere rapporti sessuali.

Poi toccò a me. Ormai ero terrorizzata.

– Quando avremo tolto questo “kintir” (clitoride) tu e tua sorella sarete pure.- Dalle parole della nonna e degli strani gesti che faceva con la mano, sembrava che quell’orribile kintir, il mio clitoride, dovesse un giorno crescere fino a penzolarmi tra le gambe. Mi afferrò e mi bloccò la parte superiore del corpo … Altre due donne mi tennero le gambe divaricate. L’uomo che era un cinconcisore tradizionale appartenente al clan dei fabbri, prese un paio di forbici. Con l’altra mano afferrò quel punto misterioso e cominciò a tirare…Vidi le forbici scendere tra le mie gambe e l’uomo tagliò piccole labbra e clitoride. Sentii il rumore, come un macellaio che rifila il grasso da un pezzo di carne. Un dolore lancinante, indescrivibile e urlai in maniera quasi disumana. Poi vennero i punti: il lungo ago spuntato spinto goffamente nelle mie grandi labbra sanguinanti, le mie grida piene di orrore … Terminata la sutura l’uomo spezzò il filo con i denti…Ricordo le urla strazianti di Haweya, anche se era più piccola, aveva quattro anni, scalciò più di me per cercare di liberarsi dalla presa della nonna, ma servì solo a procurarlo brutti tagli sulle gambe di cui portò le cicatrici tutta la vita.

Mi addormentai, credo, perché solo molto più tardi mi resi conto che le mie gambe erano state legate insieme, per impedire i movimenti e facilitare la cicatrizzazione (dato che c’è stata una perdita di sostanza, clitoride e piccole labbra, le gambe legate insieme permettono la cicatrizzazione, ma la cicatrizzazione avviene in retrazione. Non c’è più tutto il tessuto necessario perché le gambe possano essere divaricate completamente. Nessuna farà più la spaccata. Anche dare un calcio a un pallone può essere impossibile, come andare a cavallo o, nei casi più gravi, nuotare a rana. Nei casi più gravi, dove infezioni riducono ulteriormente il tessuto, le donne non possono più divaricare le gambe per accovacciarsi e urinare e, dove non esistono water, devono urinare dalla posizione in piedi con l’orina che scola tra le gambe, scola un filino alla volta, una goccia alla volta.) Era buio e mi scoppiava la vescica, ma sentivo troppo male per fare pipì. Il dolore acuto era ancora lì e le mie gambe erano coperte di sangue. Sudavo ed ero scossa dai brividi. Soltanto il giorno dopo la nonna mi convinse a orinare almeno un pochino. Oramai mi faceva male tutto. Finché ero rimasta sdraiata immobile il dolore aveva continuato a martellare penosamente, ma quando urinai la fitta fu acuta come nel momento in cui mi avevano tagliata. Impiegammo circa due settimane a riprenderci. La nonna accorreva al primo gemito angosciato. Dopo la tortura di ogni minzione ci lavava con cura la ferita con acqua tiepida e la tamponava con un liquido violaceo, poi ci legava di nuovo le gambe e ci raccomandava di restare assolutamente ferme o ci saremmo lacerate e allora avrebbe dovuto chiamare quell’uomo a cucirci di nuovo. Lui venne dopo una settimana per esaminarci. Haweya doveva essere ricucita. Si era lacerata urinando e lottando con la nonna…L’uomo ritornò a togliere il filo dalla mia ferita. Ancora una volta furono atroci dolori per estrarre i punti usò una pinzetta. Li strappò bruscamente mentre di nuovo la nonna e altre due donne mi tenevano ferma. Ma dopo questo anche se avevo una ruvida spessa cicatrice tra le gambe che faceva male se mi muovevo troppo, almeno non fui più costretta a restare sdraiata tutto il giorno con le gambe legate. Haweya dovette attendere un’altra settimana e ci vollero quattro donne per tenerla ferma… Non dimenticherò mai il panico sul suo viso e nella sua voce…Da allora non fu più la stessa…aveva incubi orribili. La mia sorellina un tempo allegra e giocosa cambiò. A volte si limitava a fissare il vuoto per ore. (svilupperà una psicosi) … cominciammo a bagnare il letto dopo la circoncisione.”

Sviluppo.

sostiene

Un nome, nelle più antiche culture, rappresentava il senso che essi attribuivano alle “cose”.  Quindi un nome non era solo una “codifica” verbale, un’ attribuzione linguistica verso oggetti o concetti. Si riteneva che un nome,  che il nome che le cose avevano ricevuto fosse conforme alla loro natura (gr. phýsei, lat. secŭndum natūram) e non fosse stato attribuito solo per  convenzione (gr. nómōi, lat. se-cŭndum plăcĭtum).  Si partiva dal presupposto che tra forma e significato esistesse un legame naturale. Il nome rappresentava quindi la ricerca del senso primitivo delle parole e della scoperta della vera natura delle cose (il gr. étymos significa «vero»). Tale concezione etimologica raggiunse il suo culmine con la linguistica ‘speculativa’ del medioevo cristiano. Dato che, secondo la tradizione cristiana, il mondo intero risentiva dell’ispirazione divina (harmonĭa mundi), lo studio etimologico delle denominazioni delle cose doveva contribuire a ‘decifrare’ la volontà di Dio.

La parola sviluppo ha come significato: crescita in estensione, quantità, produttività, efficienza ecc. Continua a leggere

Ma quale povertà.

di Majid Rahnema

Se vogliamo discutere seriamente di povertà, dobbiamo per prima cosa stabilire se diamo tutti lo stesso significato a questa parola e, se così non fosse, cercare di chiarire le nostre divergenze per essere almeno certi di parlare della stessa cosa. Anzitutto, dobbiamo porci le seguenti domande: esiste una sola forma di povertà o ne esistono una moltitudine, ognuna totalmente diversa dalle altre? In quest’ultimo caso, è giusto affermare, senza distinzioni di sorta, che la “povertà” è una vergogna, un flagello, o persino una violazione dei diritti umani che deve essere sradicata? Oppure, se la storia e l’antropologia ci insegnano che la povertà è stata – e rimane tuttora – uno stile di vita che ha sempre “protetto” i poveri dalla miseria, non dovremmo al contrario cercare di rispettarla e di rigenerarla? Secondo la percezione dominante della povertà, sostenuta dalla maggior parte degli economisti e degli esperti del mondo, come dai principali governi e dalle istituzioni che affrontano questo fenomeno, la risposta appare straordinariamente chiara e semplice. Per loro, la povertà è principalmente una questione di basso introito o reddito. Continua a leggere